Bartender - Jacopo Castronovo


Nato e cresciuto a Como, finite le superiori, lascia la sua città natale, per viaggiare, per vivere esperienze di vita, che lo facessero crescere sia in ambito lavorativo ma soprattutto che mi fortificassero il suo carattere. Ha viaggiato in più di 25 paesi e vissuto in Australia, Inghilterra, Nuova Zelanda e Francia. Un anno fa è tornato a Milano, dopo 6 anni all’estero era il momento di rientrare e mettere in pratica le cose apprese all’estero, ora lavora al The Spirit, quello che per me è uno dei migliori locali in Italia. Ecco a voi Jacopo Castronovo.


Qualè stata la scintilla che ti ha fatto capire che il bar sarebbe stato il tuo futuro?


Devo ammetterlo, sono figlio d’arte, ho vissuto il settore alberghiero sin da ragazzino. Mentre studiavo elettrotecnica, nel weekend facevo degli extra al bar ristorante di mio padre o in giro per matrimoni nei catering. Posso dire di essere cresciuto con il settore alberghiero al mio fianco. Ovviamente, non sono partito sin da subito dal cocktail bar, ho fatto tutti gli step necessari. Ricordo ancora il momento dove capii che il bar sarebbe stato il mio futuro. Terza superiore, stage scolastico in un’azienda di hardware. Otto ore seduto a saldare, avvitare. non faceva per me. Non vedevo l’ora del weekend, per andare a lavorare a quel matrimonio in quella villa sul lago, piuttosto che a farmi il pomeriggio a quell’aperitivo in riva al lago. In quel momento capii cos’avrei fatto nel futuro.


Chi è il tuo mentore, la persona che più a contribuito alla tua crescita?


Avendo viaggiato tanto, avendo lavorato in un sacco di bar differenti, dovrei elencare veramente tante persone. Il bello del nostro lavoro, è che non si smette mai di imparare, e che qualsiasi persona con la quale ho lavorato e lavorerò ha avuto sempre qualcosa da insegnarmi. Dovrei ringraziare tutti coloro che ho avuto al mio fianco in questi anni, dai miei genitori, al mio primo capo, in quel lido sul lago di Como, al cocktail bar dove sono oggi, tutte queste persone mi hanno aiutato a diventare chi sono io oggi.


Il cocktail che preferisci preparare e quello che preferisci bere?


Non ho un cocktail preferito da fare, se c’è necessita o richiesta mi impegno anche e ti shakero un Ramos Gin Fizz a dovere. Per quanto riguarda il mio drink preferito, varia in base alle stagioni, al mio umore. Solitamente vario tra Vieux Carré, Army and Navy, Gin Fizz/ Tonic, Americano e Tommy’s. Ora come ora sarei in mood per un buon fresco Gin Fizz.


Cosa offre la città di Milano a differenza delle altre città del mondo per quanto riguarda il mondo del bere miscelato?


Per me, rientrare a Milano è stato come tornare a casa. E’ un anno che ormai sono in Porta Romana e questa città non ha ancora smesso di stupirmi. Una cosa che mi ha colpito molto nel nostro settore, che magari in Australia e negli altri paesi dove ho abita non ho trovato, è stata la tradizione. Quei cocktail, a dir poco IMMORTALI, che non sono una moda, non fanno parte di un movimento che a breve svanirà, ma tutt’altro, sono entrati a far parte della nostra cultura. Prodotti come vermouth e bitter miscelati insieme, ormai fanno parte di Milano e delle nostre vite. Per quanto ci possiamo evolvere, creare, modificare, inventare nuove tecniche di mixology, a Milano una cosa non puoi togliere, la tradizione.


Il tuo bar preferito da cliente nel mondo?


Well, sono da sempre un amante della cultura latino americana, dal Messico, a scendere sino a Capo Horn, dai loro prodotti, ai loro paesaggi. Quando ero a Melbourne a lavorare al Rum Diary, un cliente mi parlò di questo locale a Parigi, un locale che parla di Messico e di America Latina. Dopo Melbourne, e una sosta in Messico arrivai a Parigi, prima tappa, Candelaria. Decisamente il mio bar preferito. Ottimi drink, alta qualità, con un servizio curato e alla mano. Una volta passata quella porticina, al fianco dei fornelli della taqueria, si lasciava Parigi, per un mood differente, più calda. Capitai a pennello, tanto che un mese dopo, inizia a lavorare proprio lì! Fantastico, una delle mie esperienze più belle. Arrivai a Parigi, parlando inglese, la lasciai parlando spagnolo e francese.


Il bar dove ti piacerebbe avere un’esperienza lavorativa nel futuro


Ho 25 anni, sono giovane ma penso di aver già girato abbastanza, ho avuto la fortuna di aver già lavorato nel locale dei miei desideri. Onestamente vorrei racchiudere in un mio bar, in un mio progetto tutto ciò che ho appresso in questi sette anni di viaggio. Rappresentare ciò che per me vuol dire hospitality, e sperare che un giorno il mio progetto diventi il desiderio per qualcun altro.


Come è stata l’esperienza da CAP a NOLA durante Tales of the cocktails?


New Orleans, una città che non ti aspetti, puoi leggerne sui libri, vederla nei film, ma comunque ti stupirà, comunque ci sarà sempre qualcosa che non ti aspettavi. Un quartiere vecchio, quello francese, che non sembra neanche più America, un festival dedicato al nostro mondo, una città che si riempie di colleghi da tutto il globo, bellissimo. L’esperienza CAP, è un qualcosa che consiglierei a tutti. Non è il classico Cocktail Fest. In nove giorni di lavoro costruisci una città, crei un team molto unito. Ho sentito gente (esterni al programma) che si lamentavano del fatto che si va li solo per poggiare due bicchierini su un tavolo affiancati da una tovaglietta. Vi assicuro, è molto di più di questo. Per far sì che tutte le masterclass andassero perfettamente a dovere, che ogni tasting e ogni conferenza risultassero top notch, c’è un duro lavoro dietro. Metodologia e ordine alla base di tutto, 64 persone ognuno con un ruolo specifico, tutti disponibili ad aiutarsi a vicenda. Svegli alla mattina presto, a lavoro sino alle 19, poi cena e si usciva a far festa. Chi è nuovo del programma CAP, ha la possibilità di conoscere nuovi colleghi, persone che in quei giorni ti sosterranno in quei lunghi shift, e ti saranno affianco a bersi una birra o un frozen coffee alla sera, per chi è un veterano, è un rincontrare gli amici lasciati alla fine del festival l’anno precedente, vedere quelle facce che come te han vissuto quella magnifica esperienza che è il CAP.


Quali sono i tuoi progetti per il futuro?


Come detto precedentemente, nel mio futuro voglio realizzare ciò che ho in testa, dare vita ad un mio progetto. In sette anni di viaggio, ho tenuto un notebook, dove scrivevo ogni idea, ogni dettaglio che mi colpiva di un locale, di un posto, le cose da fare e gli errori fatti in passato da non replicare. Sono veramente tanti progetti che mi piacerebbe seguire e realizzare, anche se onestamente l’obbiettivo importante è uno, sarò un pò sentimentale, ma come mio padre ha appena compiuto i 10 anni al suo locale, anche io vorrei riuscirci, aprire un bar, un cocktail bar che mi rappresenti, che riesca a far rivivere a tutti i miei clienti le esperienze di viaggio da me fatte in passato.